Metarecensionina 24

Autore       – Andrea Zandomeneghi
Romanzo  – Il giorno della nutria
Editore      -Tunuè

 

 

  • E comunque, quando la sciagurata vicenda principiò, quel martedì mattina di fine aprile, io non ero granché lucido, anzi sarebbe più corretto dire che versavo in un penoso stato di rincoglionimento stordito e dolorante. Correnti poderose di agonia cefalgica e umorale da postsbronza.

Inizia così il libro di Andrea Zandomeneghi, un inizio che ci proietta nella vita del protagonista, che ci precipita nell’azione, che ci avvinghia pretendendo la nostra attenzione, è un libro che non si presta a far trascorrere minuti e ore in maniera riempitiva ma che, al contrario, riempie la nostra mente di continue sollecitazioni e collegamenti e riferimenti e citazioni.

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Io, in perenne ricerca di libri eccitanti-stimolanti-calmanti-dopanti, mi ritrovavo impaludato nel quotidiano quando questo libro mi si presentò davanti: “Il giorno della nutria”.

Partirono i primi collegamenti basati sul niente: Il giorno della civetta?

Affiorarono i ragionamenti contorti: “Nutria” -simpatico animaletto, topone acquatico importato negli anni ’30 per allevarlo e scuoiarlo (pelliccia benedetta)  e abbandonato nelle campagne quando il progetto fallì miseramente; animale ritrovatosi in habitat non suo, animale privo di predatori naturali (se si escludono volpi, falchi di palude, cani randagi),  animale destinato a proliferare, animale abile a scavare tane/gallerie in prossimità di canali e argini provocando crolli ed esondazioni, animale che, ghiotto di germogli di piante erbacee e arboree, rasa i campi di cereali, animale viscido portatore del rischio di diffusione della Leptispirosi. Simpatico animaletto.

Nutria uguale invasione.

Il libro invase la mia vita così come la nutria invase quella di Davide Aloisi, il protagonista del romanzo.

Iniziai la lettura incuriosito, dopo qualche riga frastornato, dopo qualche pagina drogato. Le prime cinquanta pagine scivolarono nella mia mente come vino e medicinali scivolano nello stomaco del protagonista. Necessitavo capire cosa rappresentava quella nutria capitata con violenza, mistero e orrore nella vita del protagonista, mi occorreva comprenderlo questo protagonista, la sua famiglia, i suoi amici.

Claustrofobia: si può provarla leggendo questo romanzo nel quale l’azione si svolge principalmente nell’appartamento (la cui pianta rassomiglia nella forma a una mantide religiosa) e soprattutto nella mente mai doma e mai banale del protagonista.

Patologico: qualcosa di malsano e di attraente guida la vita di Davide, ragazzo perso, distrutto da cefalea cronica, alcolizzato, iper acculturato, pieno di certezze e di altrettanti dubbi, (uno dei bamboccioni di Padoa Schioppa? Uno dei choosy di Elsa Fornero? Un debole parassita o un coraggioso “Davide” in lotta con il proprio Golia?)

Immedesimazione: mi accadde nel leggere le seguenti righe:

 

  • Nel tempo, da parecchio prima che nascessi io, ha scritto, tra gli altri, che io ricordi, a Sebastiano Vassalli, Luigi Lom­bardi Vallauri, Aldo Cazzullo, Manlio Sgalambro, Pier Vit­torio Tondelli, Sergio Givone, Andrea Scanzi, Massimo Cac­ciari, Alda Merini, Franca D’Agostini, Raimon Panikkar (in italiano), Luca Serianni, Pietrangelo Buttafuoco, Zygmunt Bauman (facendosi dare una mano per l’inglese da Emanue­le, che oltre ad aiutare i suoi con la cantina biodinamica fa il bibliotecario part time comunale e arrotonda lo stipendio con ripetizioni da venti euro all’ora in nero per l’inglese e da ses­santa per il greco), Giorgio Colli, Lidia Ravera, David Leavitt (in italiano – perché?), Igor Sibaldi (l’unico che gli abbia mai risposto), Alberto Asor Rosa, Aldo Grasso, Francesco Gucci­ni, Ervino Pocar, Francesco Cossiga, Ennio Flaiano, France­sco Libetta, Gianluca Garelli, Walter Siti, Giacomo Marra­mao, Ingmar Bergman (nuovamente in inglese, coadiuvato da Emanuele), Aleksandr Solženicyn (idem), Michele Serra, Ana­cleto Verrecchia, Aldo Schiavone (inspiegabilmente gli scris­se in latino, «nel miglior latino, se vuoi saperlo, quello del quinto secolo; quando» mi disse una volta, facendomi nota­re che stava citando a memoria À rebours nella traduzione di Sbarbaro, «“completamente putrefatto, penzolava, perdendo membro a membro, colando marcio; allora da tanta corruzio­ne restavano illese poche parti che gli scrittori cristiani stac­cavan via per marinarle nella salmoja della nuova lingua che andavano forgiando”»), Tommaso Padoa-Schioppa, Tommaso 13 Cerno, Michel Houellebecq (con il francese non ha problemi), Giovanni Sartori, Emanuele Severino (infinite lettere a Seve­rino), Paolo Sorrentino, Paul Veyne, Carlo Maria Martini (in «latino ciceroniano, perché con il Cardinale non voglio che ci siano fraintendimenti») e Venedikt Erofeev (sia in france­se che in inglese, non sapendo come regolarsi). Ultimamente scriveva solo a Calasso e, come dicevo, quella sera, nonostan­te le nostre prima garbate poi meno garbate resistenze, ria­prì il discorso del loro rapporto epistolare volendo metterci a parte delle sue ultime intuizioni.

Io stesso, come Don Stefano altro protagonista del romanzo, nel tempo contattai: giornalisti, scrittori, editor, filosofi, musicisti, critici…

L’autore, in questa sua opera, utilizza una scrittura ricchissima e coltissima che, per alcune parole desuete, richiede la disponibilità, nelle immediate vicinanze, di un buon vocabolario. Parti ironiche si alternano a parti drammatiche, sul finire del libro, inaspettato, fa capolino l’horror in un caleidoscopio di sogni.

E ancora: è un giallo onirico, psichedelico e multiforme con il mistero della nutria come perno centrale di un turbinio di pensieri e ragionamenti striscianti, tentacolari.

La mente di Davide è una fornace che decostruisce il presente, lo scioglie e lo rimodella continuamente, danzando allucinato alla ricerca di un nesso, (oltre che di un bicchiere di vino e dello Xanax) di una crepa scoperta e indifesa che ha permesso la comparsa della nutria, di un colpevole, o di una propria colpa.

Davide tiene una sorta di diario nel quale rigetta frasi apparentemente sconnesse, per un occhio vigile profonde. A cosa serve la cultura? Qual è la funzione della cultura sul protagonista?

–     1. Fornire materiale per puntellare il piedistallo del comples­so di superiorità.2

      2 Leggere fino a rimbecillirsi, a ottundere l’ansia.

      3 Svuotarsi delle vicende, delle persone, delle chiacchiere, delle azioni del mondo, che sono ansiogene. Infornare nuo­vo materiale. Riprogrammarsi. Lavacro purificatore, rinno­vamento, palingenesi di sé. Ogni nuova immersione nel li­bresco è omicidio del vecchio sé non libresco.

      4 Disseccare l’altro non libresco, costruire dighe a deviare i flussi del senso, dell’importanza, del valore, della priorità. La realtà non libresca diviene solo fonte di pericolo: può nuo­vamente risucchiare nel suo inferno. Ti tira giù dall’Eden 113 libresco: telefonate, richieste di visite e incontri, cene, pran­zi festivi.

  1. La cultura serve a nullificare il mondo che mi circonda. Ha funzione nichilistica: aggredisce e abbatte, vuole dichia­rare nulla la realtà che mi circonda intesa come sistema e rete di significati, atti, parole, relazioni, eventi. Lo smantel­lare le proprie carni mondane riguarda l’identità, la leal­tà (non sono più leale nei confronti del mondo, in effetti è mio nemico) e l’appartenenza (dal regno del mondo fuggo, lo vedo ostile ed estraneo, e vado ad appartenere al regno libresco).

In altra pagina si legge un altro punto di vista sullo stesso tema, a esprimerlo e Dorota la domestica e badante di Eufemia (madre di Davide):

  • Dio mio, anche della cultura non fate che prendere solo i vantaggi secondari. Elevazione spiritua­le? Figuriamoci. Miglioramento di se stessi, dell’uomo, del­la società? Neanche per sogno! La usate per smarcarvi dalle convenzioni sociali, per allentare le maglie etiche, civili, anzi no, meglio: i costumi. La cultura vi serve per fregarvene – e anzi magari sentirvi un po’ superiori – di fare gli acquisti che solitamente le persone fanno. Per comprare meno vestiti. Per non avere Sky. Per legittimare la vostra vita inoperosa. Per decostruire, come fosse uno stupido mito, il valore del lavoro. Per bere la mattina. Per non avere l’iPhone. Per risparmiarvi di dover essere come sono le persone che vi circondano. Due paia di scarpe, non di più. Mai al ristorante, mai una pizza. Niente automobile, niente benzina. La cultura non vi serve per essere qualcosa, vi serve per scardinare l’avere che è op­portuno e dignitoso avere.»

Si ha quasi l’impressione di assistere all’eterno dibattito sulla cultura: in che modo questa abusata parola è utile al singolo? In che modo è funzionale alla società? Chi si nasconde dietro questa parola? Quali trappole e conseguenze produce?

Sono molte le parti di questo libro atte a suscitare riflessioni su questo e su altri temi: la religione, la filosofia, la sofferenza fisica, la sessualità, soprattutto il corpo –la sua marcescenza, la sua debolezza, la sua finitudine, la sua tensione nervosa e nevrotica, le sue dipendenze…

Non è sufficiente definirlo flusso di coscienza: l’insieme del romanzo appare sì come flusso spontaneo, non autocelebrativo, non pomposo né forzato, apparentemente sconclusionato in realtà segue un solco e dove solco non trova, lo scava (come il protagonista scava nella pelle tra le dita dei suoi piedi), i pensieri molteplici e profondi sono sapientemente e logicamente riorganizzati in frasi.

Ultimo estratto:

  • Respiro affannato e irregolare. Sembrò far capolino tra un’in­spirazione e l’altra la fame d’aria, pessima in sé ma soprat­tutto segno di attacco di panico in agguato. Mi immobilizzai, chiusi gli occhi, provai a mappare la situazione, a darle for­ma, a prenderne atto. Grande stronzata strategica: tutto era istericamente metamorfico, turbine d’ideazione mercuriale, la mente, che in vero non era più mente, non poteva più defi­nirsi mente, s’era frammentata sotto il segno dell’incoerenza, divenendo bufera di formazioni mentali, infestata dai chias­sosi fantasmi dei bagordi passati, per non parlare delle altre creature in penombra che mi sforzavo di non mettere a fuoco;

Io spalancavo gli occhi, quasi a cercare altri possibili input in parole o frasi apparentemente di passaggio, poi sbattei le palpebre, il cerchio si chiuse e, come in ogni buon giallo il colpevole/responsabile venne alla luce. Terminai la lettura del romanzo e come mi capita per alcuni libri letti pensai, al solito: questa pagina l’avrei voluta scrivere io, o comunque avevo pensato a qualcosa di simile, e naturalmente non è mai così, ma leggere libri che in qualche modo ti fanno sentire vicino l’autore, è sempre un piacere.

Dicevo del finale di questo libro… anzi no, non vi dirò più un bel niente di niente.

 

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