Metaintervistina 24

Vanni Santoni

Vanni Santoni

 1) WW: Sarmi Zegetusa: significato? Perché questo pseudonimo? Vanni Santoni: scrittore, editore, giurato, talent scout, dimentico qualcosa? Quali motivazioni ha la sua passione per lo scouting di nuovi autori? Consigli per: chi volesse avvicinarsi al suo lavoro di autore, quale romanzo? Chi volesse avvicinarsi al suo lavoro di editore, quale romanzo?

VS: Semplicemente non mi piace usare il mio vero nome su Facebook. Lo pseudonimo non è altro che la divisione, nel formato nome/cognome che la piattaforma impone ai suoi utenti, di Sarmizegetusa, che a sua volta è il titolo del mio blog. Lo scelsi quando migrai da Splinder perché mi piaceva il suono di quella parola, così aliena e così tuttavia certamente “vera”, non per un particolare interesse nei confronti dei Daci o della loro storia.

Non credo spetti all’autore dire da quale romanzo iniziare a leggerlo. Al massimo posso fare delle distinzioni formali, che possono aiutare un lettore nella scelta: nella mia produzione ci sono infatti romanzi realistici, come Gli interessi in comune, Se fossi fuoco arderei Firenze, Muro di casse, La stanza profonda o la novella Tutti i ragni; racconti realistici come Emma & Cleo o La solitudine della verità (contenuti rispettivamente nelle raccolte L’età della febbre e L’agenda ritrovata); romanzi fantastici come i due Terra ignota o il recente L’impero del sogno; libri di epigrammi come i vari Personaggi precari; romanzi a più mani come In territorio nemico o L’ascensione di Roberto Baggio.
Chi invece, per scegliere, preferisce capire come i vari libri sono legati –  i primi otto libri e i due racconti sopra citati, ancorché tutti autoconclusivi, formano in effetti un’unico corpo narrativo – può leggere questa intervista su Crapula (e seguire i link lì presenti), dove racconto come si è strutturata questa macronarrazione e il modo in cui L’impero del sogno è andato a connettere la sua predominante parte realistica con la “coda” fantastica. Ci torno sopra anche in questa intervista, rilasciata a Tre Racconti.

Allo stesso modo, non posso certo prendere le parti di uno dei dodici romanzi della collana che curo per Tunué, sono tutti “nipoti” a cui voglio ugualmente bene, e tutti scelti perché ho creduto nella loro qualità: al massimo posso dire di leggere Suttaterraper la semplice ragione che è l’ultimo uscito e quello su cui è quindi concentrata la promozione, ma preferisco parlare della collana in generale (e quindi, implicitamente, anche della mia passione per lo scouting), come faccio qui, e invitare piuttosto il lettore a guardare il catalogo e scegliere il romanzo che lo ispira di più.

Vanni Santoni muro di casse, la stanza profonda

2) WW: quando e come si è affacciato alla Repubblica delle lettere come autore? E come editore? Com’è cambiato questo mondo da quando lei ne fa parte e in che modo lei ne è stato influenzato? La Repubblica delle lettere oggi è: più o meno impermeabile rispetto al suo esordio e al suo ingresso in essa? Come immagina cambierà ancora nel tempo?

VS: Ho cominciato a scrivere a ventisei anni, entrando a far parte di una rivista autoprodotta, Mostro, mentre ho cominciato a fare l’editor nel 2013, su convocazione diretta del direttore editoriale di Tunué Massimiliano Clemente, che conosceva il mio lavoro come autore e come coordinatore del progetto SIC. Racconto in modo dettagliato i miei inizi da scrittore in questa intervista a Social Up e in questa a Stanza 251. Ho esordito nel 2007 e sono passato a un grande editore nel 2008, cosa che conta più o meno come un secondo esordio, in un momento forse più favorevole di altri per i debutti, dato che dopo alcuni exploit molto significativi di esordienti tutte le case editrici ne tentavano molti, non di rado anche bruciandoli, il che ci deve far riflettere su cosa significhi “momento positivo”: non è detto che per un aspirante autore uscire subito con una major sia la cosa migliore. Sicuramente, come è emerso in questo articolo in cui ho intervistato i direttori editoriali delle maggiori case editrici, rispetto a una decina di anni fa la funzione “ricerca e sviluppo” è tornata a essere prerogativa delle medio-piccole.

Vanni Santoni L'impero del sogno

3) WW: la letteratura contemporanea italiana cosa ha aggiunto a tutto il già pubblicato? Com’è il suo attuale stato di salute? Di profondità? Di originalità? Autori, talent scout, editori, distributori, rivenditori, lettori, chi potrebbe e dovrebbe fare più di quello che attualmente fa per contribuire a una crescita qualitativa della letteratura italiana?

VS: la situazione mi pare buona. Un atteggiamento tipicamente italiano, in tutti i campi, è quello di sottovalutare quello che abbiamo in casa. In Italia ci sono molti ottimi narratori, molti ottimi poeti, molti ottimi critici e traduttori, e un livello di professionalità nell’editoria superiore anche a quello che si trova in paesi in cui si legge più che da noi. Circa la situazione riguardo i nuovi narratori, che pure mi pare positiva, ho detto molto in questa intervista all’Avanti.

 

4) WW: quali sono gli autori che hanno fortemente inciso sul suo modo di scrivere, sulla sua volontà di diventare scrittore? Quali sono gli editori ai quali si ispira nel suo ruolo di editore? Quali autori, o quali testi, si sente di consigliare ai lettori?

VS: Ogni autore deve trovare i propri percorsi di lettura, da costruire, ovviamente, sopra solide fondamenta che non possono che essere costituite da classici. La mia prima formazione letteraria, prima di scoprire modernismo e postmodernismo, è stata sui romanzi russi e francesi dell’Ottocento e sulla poesia inglese e francese dello stesso secolo. Ne ho parlato recentemente, in modo più estensivo, su La letteratura e noi.

Come editore, oltre al modello iperuranico e irraggiungibile, ma comunque ideale, di Adelphi, il modello sono state anzitutto la minimum fax dei primi anni Zero, poi Marcos y Marcos, E/O, Voland, nottetempo, Iperborea, insomma quelle piccole case editrici indipendenti che sono poi cresciute, grazie a un lavoro costante sulla qualità, fino a diventare realtà imprescindibili del panorama editoriale italiano.

Vanni Santoni personaggi precari

5) WW: la piccola e media editoria italiana è malata di frammentazione? Quando un’inflazione di offerta smette di essere utile, stimolante, e diventa un problema? Come può un piccolo editore sostenersi economicamente ed emergere tra le migliaia di colleghi/competitor? Paradossalmente la crisi attuale può essere terreno fertile nel quale costruire qualcosa di nuovo?
VS: Prima di tutto, non esistono affatto “migliaia” di editori. Se parliamo degli editori “veri”, quelli che arrivano in tutte le librerie, escludendo quindi stamperie, editori a pagamento e microrealtà locali, e riduciamo ulteriormente la lista a quelli che fanno narrativa, dato che mi pare che questo sia il campo della presente intervista, gli “editori medio-piccoli” italiani sono al massimo un centinaio. È un ecosistema molto variegato e, nonostante siano appena trascorsi anni difficili, piuttosto sano.
Recentemente, come avviene regolarmente, sono stati diffusi dati ISTAT che tutti si sono affrettati a commentare senza però leggere lo studio per intero: chi lo farà scoprirà che vi sono elencate stamperie di ogni ordine e grado, e che la “grandezza” di un editore è valutata in base al numero di titoli pubblicati, il che rende molte EAP, che non distribuiranno mai i loro titoli in libreria, più grandi di Einaudi o Feltrinelli. Si capisce che è ridicolo, e che sono dati del tutto avulsi dalla realtà, privi di interesse reale per chi opera nel settore, e che hanno dato origine a molti fraintendimenti, come quello incluso in questa stessa domanda.

 

6) WW: oltre a Tunuè, quale casa editrice ritiene sia quella che lavora meglio con gli esordienti? Non necessariamente quella che da maggiori occasioni ma quella che si prende cura con maggior passione, esperienza, del lavoro degli aspiranti scrittori.

VS: mi sembra che Atlantide stia facendo un lavoro eccellente, non solo con gli esordienti ma anche con essi vista la bontà del recente Libro di fulmini di Matteo Trevisani; anche Neo recentemente ha dimostrato buone capacità di scouting, e più a livello locale non va dimenticata effequ, che ha dato voce ai nuovi virgulti della scena fiorentina, sia con antologie come Odi che con esordi come quello, recente, di Simone Lisi. Notevole anche il lavoro di realtà più recenti come SUR (ancorché non dedita alla narrativa italiana), 66thand2nd o Racconti edizioni, o ancora il nuovo corso del Saggiatore.

 

7) WW: quali sono le principali motivazioni/cause che portano un romanzo, o una raccolta di racconti, prima alla pubblicazione e poi al successo con le principali case editrici italiane? E per quanto riguarda Tunuè? Perché in Italia le raccolte di racconti non hanno la stessa distribuzione e visibilità dei romanzi? 

VS: Date le caratteristiche intrinseche del prodotto, ogni libro fa storia a sé e tracciare delle “regole generali” significherebbe fare delle semplificazioni. Quello che si può dire è che, al di là delle mode e dei libri-caso, alla fine quello che paga sul lungo periodo è sempre, e per fortuna, la qualità.

Circa la questione dei racconti, ho interpellato i direttori editoriali di molte case editrici in questo articolo, da cui mi pare emerga un quadro abbastanza chiaro della situazione.

 

8) WW: il web ha permesso una massiccia circolazione di contenuti, la gran quantità di materiale disponibile ha allargato la possibilità di scegliere, selezionare e conoscere, o ha causato la dilapidazione e la dispersione del tempo a disposizione per godere appieno di un testo?

VS: L’avvento della rete ha permesso l’emersione di un numero considerevole di riviste letterarie, che sono oggi il luogo principale in cui si fa scouting. Come ho detto più volte, ad esempio in questa intervista in cui ho cercato di raccogliere tutti i consigli più utili che si possono dare a un aspirante scrittore, pubblicare i propri testi su riviste – o fondarne, dato che se la rivista è online non serve neanche un budget – è la cosa più efficace che un aspirante autore può fare per arrivare alla pubblicazione, molto, molto più utile rispetto al mandare manoscritti in giro.

 

9) WW: ha mai frequentato una scuola di scrittura? Che giudizio da sulla loro funzione e sul valore di quelle che operano in Italia? Quando e perché ha scelto di avvalersi di un agente letterario? Che giudizio da sulla funzione delle agenzie e sul valore di quelle che operano in Italia?

VS: mai scuole, solo un corso di due giorni, quando scrivevo già. Fu un’esperienza positiva, ma la vera palestra per me erano già da prima, e continuarono a essere, le riviste. I corsi e le scuole possono essere utili, o molto utili, per misurarsi con i pari, per ricevere un primo giudizio sui propri testi e per essere indirizzati nelle letture adatte, cosa che un tempo era scontata ma oggi a quanto pare lo è molto meno; in Italia ce ne sono oggi molte, e non sono poche quelle che possono vantare nel loro corpo docenti bravissimi scrittori. Il giudizio è quindi positivo, ma è bene ricordare, sempre, che ciò che in ultima istanza fa lo scrittore è anzitutto la sua determinazione nel dedicare tutto il suo tempo alla lettura e alla scrittura. Il resto può agevolarlo, o velocizzarlo, o migliorarlo, ma non creerà mai uno scrittore laddove non ce n’era già uno.

Ho cominciato a essere rappresentato da un’agenzia, la PNLA, quando ho cominciato a siglare contratti con grandi case editrici e quindi c’erano in ballo questioni di denaro. Fino a qualche tempo fa in Italia gli agenti svolgevano funzioni sostanzialmente contabili e di trattativa sui contratti, a differenza ad esempio dal mondo anglosassone dove la preoccupazione dell’aspirante è prima di tutto trovare un agente, dato che gli editori prendono in considerazione solo proposte che giungono da essi. Col moltiplicarsi degli aspiranti autori e dei manoscritti che giungono ogni giorno a tutte le case editrici, non c’è dubbio che il numero e il peso relativo delle agenzie letterarie andrà aumentando, come del resto sta accadendo già da diversi anni.

 

10) WW: se fosse il ministro della cultura di un governo italiano quali sono i dieci provvedimenti che prenderebbe durante la legislatura?

VS: È evidente che iniziative come “io leggo perché” e simili non hanno alcun effetto. Quello che serve sono interventi diretti, laddove si formano i lettori, e laddove si producono e vendono i libri: più fondi alla scuola, più fondi alle biblioteche scolastiche, più fondi all’università, più fondi alle biblioteche pubbliche, sgravi fiscali alle librerie indipendenti e agli editori di qualità, patrocinio e finanziamento di eventi letterari di qualità.

 

11) WW: quest’anno lei farà parte della giuria del più importante premio letterario italiano per esordienti, il Calvino, ci dice come avviene la selezione dei giurati e quale metodo utilizzerà per valutare un testo, immaginando sia diverso da quello utilizzato da editore?

VS: perché dovrebbe essere diverso? Dirigendo una collana ad alto tasso letterario per una piccola, non ho alcun vincolo – neanche quello che lega gli editor di una grande a scelte che comunque, anche quando dettate dalla qualità, possano garantire un venduto di un certo tipo – e infatti scelgo i volumi valutando solo la qualità letteraria. Lo stesso farò al Calvino.

 

12) WW: la critica. Che ruolo ha avuto, che ruolo ha, e che ruolo avrà? Possiamo fare un parallelismo tra critica e satira per quel che riguarda i confini che non devono (o devono?) esistere? Quando e perché un critico acquisisce tale status e merita un largo riconoscimento oggettivo? Parte del dibattito attuale si concentra sulla carenza della critica, lei cosa ne pensa? Se questa constatazione corrisponde al vero, quali sono le cause? Spazi diminuiti? Problemi sulla commerciabilità dei testi che fanno critica? Assenza di critici di valore?

VS: La critica è fondamentale e lo sarà sempre di più. Come aveva a dire Pynchon, in un contesto di enorme proliferazione testuale, c’è e ci sarà sempre più bisogno di chi tali testi seleziona, posiziona, commenta, valorizza. È vero però che c’è sempre meno spazio per la critica letteraria sui giornali, e del resto spesso un buon pezzo critico, specie se riguarda più testi, richiede una quantità di battute più lunga di quella permessa da una pagina di giornale. In conseguenza di ciò molta critica si è spostata online, appunto sulle riviste. Essendo la critica letteraria essa stessa un genere letterario, ciò che “fa” un buon critico è analogo a ciò che fa un buon autore: scrivere pezzi validi e in modo consistente; continuare sempre a crescere; costruire un proprio discorso strutturato che vada anche al di là dei singoli testi.

 

13) WW: letteratura e politica: crede che la politica influenzi il mondo culturale e viceversa? Quale influenza è benefica, e quale deleteria? Nelle Repubblica delle Lettere non si pecca, come in ogni altro campo, di divisione in blocchi: un gruppo a destra, un gruppo a sinistra, eventualmente uno al centro, con tutto quel che ne consegue? Lotta tra fazioni contrapposte, assenza di dialogo costruttivo, polemiche sul nulla, carrierismo, corruzione, tutte cose che vanno a discapito dell’arte che dovrebbe invece produrre opere che da un lato diano una possibile chiave di lettura e dall’altro creino il domani, artistico e sociologico?

VS: Nelle arti, e la letteratura non fa eccezione, ci sono sempre state delle fazioni – si legga Illusioni perdute per una facile prova ; ma sono questioni che non mi interessano, anzitutto perché mercato editoriale e letteratura sono due insiemi che si toccano, che a volte si incrociano, ma restano ben distinti; e poi perché il lavoro letterario degli altri, quando è svolto con serietà, mi interessa sempre, anche quando dà origine a opere che magari possono non piacermi, e sempre lo rispetto, perché conosco la fatica che c’è dietro la scrittura di un libro.

 

14) WW: con quali percentuali incidono nel creare un best seller: autore / agente / editore / distributore / critica? Ci dice la sua sulla distribuzione in Italia? Andrebbe migliorata? Come? Tunuè, da questo punto di vista, in che modo è organizzata?

VS: se ogni libro fa storia a sé, la chimica dei best-seller è ancora meno determinabile a priori. Se lo fosse, tutti i libri sarebbero best-seller. Se parliamo, più sobriamente, di un libro di successo, e precisiamo che parliamo di un libro di successo nell’ambito dei libri come forma d’arte – non il memoir del personaggio televisivo o il romanzetto dell’attrice, che vendono a causa della notorietà pregressa dell’autore – è chiaro che dipende da tutti i fattori che lei cita: la bontà del libro, la capacità dell’editore di spingerlo, l’impegno dell’autore a promuoverlo e il numero e la qualità delle recensioni che riceve, tutti fattori collegati tra loro. Solo l’agenzia non è rilevante in tal senso, se non quando, azzeccando la vendita di diritti esteri prima che il libro esca in Italia, offre all’editore un ulteriore “selling point”.

 

15) WW: la letteratura, nel suo insieme, sostiene veramente la crescita culturale di una società? Nel rapporto d’interconnessione tra società e letteratura lo scambio è equo o una delle due influenza in misura maggiore l’altra? La forma romanzo, rispetto a quelle racconto, poesia, critica, costituisce lo zoccolo duro delle opere pubblicate e lette, è una conseguenza della richiesta del mercato? Una scelta editoriale che va nella direzione di un più probabile ritorno economico? Un appiattimento degli autori perché cimentarsi con il romanzo richiede meno competenze specifiche?

      VS: La letteratura è il sistema nervoso e il principale precipitato di una cultura. Tutto ciò evidentemente non ha niente a che fare col mercato, se non nel fatto che un libro, per poter sperare di essere oggi o domani canonico, o almeno influente, deve uscire per un vero editore, così da essere distribuito nelle librerie, acquistato dalle biblioteche e dai lettori, recensito in giro, et coetera.

Le ragioni dell’egemonia del romanzo sono storiche e contingenti, non è né superiore né inferiore alle altre forme letterarie, è semplicemente quella più praticata oggi, anche per una funzione di indirizzo dettata dal mercato, sì, e quella che oggi – se parliamo ovviamente dei grandi romanzi, non dei prodotti fatti a stampino – appare più attraente per molti autori rispetto al tipo di lavoro che vogliono fare.

 

16) WW: L’editore ha una sua linea e, da soggetto privato, decide quale essa sia e come portarla avanti. In quanto soggetto culturale un editore, o un giornalista, fa bene ad attenersi strettamente a questa logica o dovrebbe invece rendere fruibili  quante più opere possibili, naturalmente se valide, e fare in modo che il pubblico decreti l’utilità o meno di quel testo? In buona sostanza: e preferibile che le ideologie culturali, politiche e morali, fungano da setaccio in entrata o che queste seguano il loro corso solo quando le opere artistiche sono rese disponibili?

        VS:  Un editore, inevitabilmente, propone attraverso il proprio catalogo e le proprie collane un’idea, o la parte di un’idea, della letteratura, della critica, del mondo. È chiaro però che ogni caso vada analizzato individualmente; ad esempio, i grandi editori generalisti pubblicano anche libri che non hanno niente a che fare con ciò che esprime il loro catalogo di narrativa, e nel caso delle major anche lo stesso catalogo di narrativa ha delle sue linee interne, un tempo espresse nettamente dalle collane, oggi meno ma comunque riconoscibili, tra il midollo reale del catalogo, quello che riflette, potremmo dire, la linea dell’editore dal punto di vista prettamente letterario e artistico, e altri libri pubblicati più per ragioni economiche – come possono essere ad esempio, romanzi o raccolte di racconti mediocri ma firmate da cantautori, attori o altri personaggi pubblici che garantiscono un venduto minimo in virtù della loro fama –, e anche testi che esistono solo per fare cassetta, ma queste due ultime categorie non dovrebbero preoccupare chi scrive o chi si occupa di narrativa: trovo che sia salubre, specie per l’aspirante autore, valutare gli editori dalla parte alta del catalogo, non da quella bassa.

 

17) WW: quattro titoli l’anno, questa la politica di Tunuè per la narrativa. Sarà così anche nel prossimo futuro? Dovrebbe essere questo il modus operandi della maggior parte delle Ce? Pubblicare meno per pubblicare meglio, dedicando maggior cura a ciascuna opera, concedendo all’opera stessa una più massiccia e strutturata campagna di marketing e una vita media di permanenza negli scaffali più lunga di quella attuale?

VS: Siamo stati tentati più volte di passare a cinque o sei titoli l’anno visto che le cose vanno bene e avevo pure trovato titoli degni, ma alla fine abbiamo sempre preferito di non farlo, dato che se le cose sono andate finora così bene è anche per le ragioni che lei dice nella domanda stessa: fare pochi libri significa curarli di più e meglio, sia nell’editing che nella promozione. Ho sostenuto questa posizione in vari ambiti, ad esempio qua. Per quanto ci riguarda, potrebbe essere invece interessante aprire alla straniera, ma sono passi che richiedono riflessioni molto strutturate.

 tunue 2

 

WW: Grazie, buone letture e buone scritture

VS:    A voi.

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